Rebus Consulta e rischio ‘proporzionale’

Rebus Consulta e rischio ‘proporzionale’

Rebus Consulta e rischio ‘proporzionale’

La debolezza drammatica della politica è plasticamente dimostrata dall’attesa inerte della sentenza della Corte Costituzionale sulla legge elettorale. Mentre circa il 70% delle forze politiche reclamano (in teoria…) elezioni subito, nessuno è in grado di sapere con quale legge elettorale si voterà e – dato ancora più significativo – con quali alleanze e proposte politiche. A decidere i destini della nostra democrazia saranno i quattordici giudici che compongono la Corte (che non ha in questo momento il plenum) e che presumibilmente (come già accaduto con il porcellum) si divideranno anche al momento della decisione. Non è un buon segnale per il Paese. Proviamo però a fare chiarezza sugli scenari che abbiamo di fronte. Facciamo un passo indietro.

La sentenza 1/2014 sul porcellum

La legge elettorale con la quale si è votato nel 2006, 2008 e 2013 (la n. 250 del 2005, il cosiddetto "porcellum") è stata dichiarata parzialmente incostituzionale (cioè non rispondente ai precetti della carta fondamentale) con la sentenza n. 1/2014. La decisione della Corte fu assunta il 4 dicembre del 2013: le relative motivazioni furono pubblicate il 15 gennaio 2014 (ovvero 42 giorni dopo). Vale la pena di precisare che la pubblicazione delle motivazioni è l'atto più rilevante giacché contiene le ragioni della scelta: posto che il legislatore (il Parlamento) intenda intervenire per legiferare sulla materia, è dalle motivazioni della Consulta che deve muoversi, a meno di non volere incorrere nella possibilità di varare una nuova legge elettorale a rischio di costituzionalità.

La Corte nel "sanzionare" alcune parti del "porcellum" si è preoccupata di assicurare che la normativa risultante (porcellum meno le parti ritenute costituzionalmente illeggittime uguale legge risultante) potesse essere teoricamente autoapplicativa, cioè utilizzabile, se necessario, direttamente, magari con una messa a punto marginale da attuarsi con "interventi normativi secondari”, cioè senza il concorso del Parlamento. Tutto ciò non è stato l'esercizio di una facoltà (la Corte poteva o non poteva e ha scelto di farlo), ma, per effetto di una costante giurisprudenza in materia, un obbligo. La legge elettorale è infatti "costituzionalmente necessaria": la Corte non può lasciare il Paese senza una legge operativa.

La sentenza 1/2014 dunque consegnò al Paese, un sistema completamente proporzionale sia alla Camera che al Senato. Ciò perché fu ritenuto illegittimo il "premio di maggioranza" contenuto nel porcellum: non in sé, ma in quanto non subordinato a una soglia minima di voti. Si contestava cioè il fatto che la dimensione del premio potesse risultare tale da rappresentare una abnorme compressione della rappresentanza. Con il ‘porcellum’ la prima coalizione del Paese portava a casa comunque 340 seggi alla Camera (il 55 per cento): nel 2006 e nel 2008 (in un sistema ancora sostanzialmente bipolare) ciò non creò alcuno scandalo. Prodi vinse nel 2006 con il 49,81 per cento dei consensi; il centrodestra nel 2008 con il 46,81. La dimensione del premio in quei casi fu contenuta. Il problema si è posto in maniera significativa con le elezioni del 2013 e con l’irruzione sulla scena parlamentare del Movimento 5 Stelle. In quell’occasione infatti Bersani conquistò il premio alla Camera con meno di un terzo dei consensi (il 29,2 per cento): la dimensione del premio (circa 150 deputati, il 25%) fu tale da scatenare i ricorsi che poi nel 2014 hanno portato alla bocciatura della Suprema Corte.

In più la Corte con la sentenza 1/2014 ha ritenuto anche di sanzionare le liste bloccate, non in sé, ma in quanto troppo lunghe e ha reintrodotto motu proprio le preferenze (sic!). In buona sostanza con la sentenza 1/2014 è tornato per Camera e Senato il proporzionale con preferenze.

L'Italicum, una legge solo per la Camera

La vicenda si è complicata ulteriormente perché nel corso del biennio 2014/2015, quello interessato dal cosiddetto "Patto del Nazareno", la quasi totalità delle forze politiche valutò che andasse riscritta una legge elettorale, mantenendo quella implicita vena maggioritaria della legislazione elettorale, frutto dei referendum dei primi anni 90.

Ciò è stato fatto con la legge n. 52 del 6 Maggio del 2015, il cosiddetto italicum. L'italicum è però una legge che riscrive le norme solo per la Camera dei Deputati. È utile precisare che il testo originario conteneva anche le norme per l'elezione del Senato. Fu la sinistra del partito democratico a chiedere che l'art. 2, quello relativo al Senato, venisse stralciato. La "nobile" motivazione addotta fu che non c'era bisogno di una legge elettorale per il Senato, dal momento che era iniziato il percorso delle riforme costituzionali. La motivazione più prosaica - e dunque vera - fu quella di non avere subito una legge pienamente operativa per il timore che Renzi volesse portare immediatamente il Paese al voto. La richiesta della minoranza del pd fu avallata da Renzi che la presentò a Berlusconi: Forza Italia al termine di una lunga riunione che si tenne a Palazzo Grazioli il 4 Marzo del 2014 acconsentì con un comunicato che così recitava: “Prendiamo atto con grave disappunto della difficoltà del presidente del consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente sottoscritti. Come ulteriore atto di collaborazione manifestiamo la nostra disponibilità ad una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera dei Deputati”.

La Consulta, ancora una volta

Il progetto del Patto del Nazareno (riforma costituzionale più legge elettorale) è naufragato sugli scogli del referendum costituzionale del 4 dicembre. Il risultato è che – allo stato attuale – ci ritroviamo con due leggi elettorali disomogenee: al Senato si applica il ‘consultellum’ (porcellum meno modifiche prodotte dalla sentenza 1/2014), cioè una legge del tutto proporzionale con soglia di sbarramento all’8 per cento e preferenza unica regionale, e alla Camera l’italicum, una legge proporzionale ma con premio di maggioranza alla prima lista e ballottaggio fra le prime due se nessuno raggiunge il 40 per cento.

Se si tenessero oggi le elezioni una lista conseguirebbe certamente il premio alla Camera ma difficilmente riuscirebbe a formare una maggioranza al Senato, per effetto della totale proporzionalità della legge per quel ramo del Parlamento. Inoltre – e qui entra in gioco ancora una volte la Corte costituzionale – contro l’italicum sono stati presentati numerosi ricorsi di costituzionalità, sui quali la Consulta si esprimerà appunto domani.

Le questioni sottoposte all’esame della Consulta

In pratica tutto l’impianto dell’italicum è sub judice, tali e tanti sono i quesiti sottoposti alla Corte. Premio, ballottaggio, capilista bloccati, soglie di sbarramento. Le questione fondamentali si riducono però a due: il premio di maggioranza e il ballottaggio. Proviamo ad immaginare quello che potrà fare la Corte, per comprendere meglio i giochi che si scateneranno fra le forze politiche. Prima di farlo occorre però ribadire che – ad avviso di chi scrive – come già è accaduto con il porcellum, la Corte (sempre che si esprima) consegnerà al Paese comunque un sistema elettorale tecnicamente ‘operativo’. Che sia anche politicamente accettabile, è meno probabile. Ma questo è un altro discorso. Vediamo le ipotesi in campo e mettiamole in relazione con la possibilità di andare al voto ‘subito’.

LA CORTE NON SI ESPRIME – L’italicum non è stato ancora applicato. Nessun diritto è stato leso, e, ad avviso di molti costituzionalisti ed ex componenti della Consulta, ciò sarebbe sufficiente per dichiarare inammissibili i ricorsi. Peraltro, con la bocciatura della riforma costituzionale, è stato cancellato il giudizio preventivo di costituzionalità sulle leggi elettorali. Non credo che ciò accadrà (non si spiegherebbe il lungo rinvio di una sentenza inizialmente prevista per l’ottobre scorso), tuttavia sarebbe quello che dovrebbe accadere. Anche perché, così facendo, la Corte restituirebbe alla sovranità del Parlamento la più politica delle questioni. Le leggi elettorali per le democrazie – diceva Montesquieu – sono l’equivalente di ciò che rappresentano le leggi dinastiche per le monarchie. Possibilità di andare al voto subito? (In questo caso si andrebbe al voto con due leggi completamente disomogenee, italicum per la Camera e Consultellum per il Senato). Bassa, se non bassissima.

LA CORTE CANCELLA PREMIO E BALLOTTAGGIO: L’ITALICUM SI CONFORMA AL CONSULTELLUM. Nel 2014 la Corte bocciò il premio del porcellum non in sé ma in quanto non ancorato ad una soglia minima di voti. Dunque, teoricamente, il premio previsto dall’italicum (che una soglia ce l’ha) non è incostituzionale. Per ottenerlo la prima lista deve conseguire il 40% oppure sottoporsi al ballottaggio con la seconda. E quindi ciò sarebbe aderente alla sentenza del 2014. Tuttavia c’è un però. La Corte ammette la compressione della rappresentanza proporzionale con un premio, solo per agevolare la governabilità: ora poiché al Senato c’è una legge elettorale, già vagliata dalla Consulta, puramente proporzionale, è evidente che il combinato disposto delle due leggi non assicura la governabilità. È lo scenario che ho descritto precedentemente: una lista ottiene il premio alla Camera e poi non riesce a formare un governo che ottenga la maggioranza anche al Senato. Dunque viene meno la ragione per la compressione della rappresentanza: la governabilità. Di qui l’ipotesi di bocciatura di premio e ballottaggio. Un risultato analogo la Corte potrebbe ottenerlo anche semplicemente dichiarando incostituzionale l’italicum, perché appunto previsto per una sola Camera. Il risultato di tale impostazione sarebbe un sistema proporzionale (sostanzialmente omogeneo fra Camera e Senato, salvo alcuni dettagli marginali) stile prima repubblica, di immediata applicazione. Possibilità di andare al voto subito? Alta.

LA CORTE MANTIENE IL PREMIO (non il ballottaggio). La Consulta potrebbe, per le ragioni già esposte, mantenere il premio alla Camera, magari limitandosi a segnalare al legislatore la necessità di intervenire sulla legge del Senato, a pena di una futura pronuncia di incostituzionalità, e cassare il ballottaggio. Con il ballottaggio infatti la probabilità di avere due maggioranze diverse fra Camera e Senato è più alta e poiché la Corte non può certo estendere premio e ballottaggio dell’italicum al Senato (questo lo deve fare il Parlamento) potrebbe semplicemente mantenere il premio poiché ancorato alla soglia del 40%. È evidente che se nessun partito ottenesse il 40% si andrebbe ad una distribuzione dei seggi puramente proporzionale anche alla Camera, come già previsto per il Senato. Possibilità di andare al voto subito? Media.

LE SOGLIE DI SBARRAMENTO PER IL SENATO. La Corte costituzionale con la sentenza 1/2014 non fu chiamata ad esprimersi sulle soglie di sbarramento per l’accesso alla ripartizione dei seggi al Senato. Con la sentenza attesa per domani dovrà invece farlo. Potrebbero essere confermate tutte, potrebbe essere estesa la soglia del 3% ai partiti non coalizzati, potrebbero essere completamente eliminate. Se la decisione ricadesse su una delle ultime due opzioni e si sommasse alla bocciatura di ballottaggio e/o premio alla Camera, i sistemi per le due camere sarebbero davvero omogenei. Possibilità di voto anticipato? Ancora più alta.

Ci sono poi altre questioni politicamente molto rilevanti ma istituzionalmente meno significative (i capilista bloccati, le multicandidature). Su questo non vale la pena spendere molte parole: le multicandidature sono ad altissimo rischio, così pure (ad avviso di chi scrive) i capilista bloccati.

Considerazioni finali (e personali)

È il Parlamento in una democrazia normale a dover scrivere le leggi elettorali. Non la Consulta. La politica però in questa fase è debole e difficilmente questo Parlamento riuscirà a scrivere una legge elettorale: anche perché da un lato è prevalso un utopistico clima ‘zen’ per cui le leggi elettorali andrebbero scritte tutti insieme, dall’altro è all’opera il sotterraneo istinto di autoconservazione della classe politica parlamentare e non per il tema del vitalizio ma per il fatto che il prossimo Parlamento, con qualsivoglia legge sia eletto, conoscerà probabilmente il più vasto ricambio parlamentare dall’avvento della cosiddetta seconda repubblica.

La storia ci ha dimostrato che – con l’esclusione della legge del 1948, il proporzionale – mai nessuna legge elettorale è stata bipartisan (né la legge cosiddetta truffa del 1953, né il mattarellum del 1993, né il porcellum, né l’italicum). Paradossalmente l’italicum è la legge che ha conseguito il maggior numero di voti in Parlamento, salvo poi essere scaricata perfino da chi l’aveva votata. Dunque una legge elettorale si potrà fare solo a due condizioni (probabilmente irrealizzabili): che ci sia una maggioranza esplicita disposta a votarla (e perché questo accada occorre che siano già chiare le alleanze future, nodo che nessuno dei leader politici in campo in questa fase ha la possibilità di sciogliere) e che la legislatura arrivi a scadenza naturale. Vaste programme.

Il rischio che corriamo dunque è che il Paese vada al voto con ciò che prescrive la Corte e – alla luce dei ragionamenti fin qui svolti – con un sistema sostanzialmente proporzionale (che ci sia o no il premio al 40% alla Camera per la prima lista, è abbastanza irrilevante atteso che è improbabile che qualcuno raggiunga quella percentuale e che comunque la Corte non può estendere il premio al Senato). Con il proporzionale potrebbe aprirsi uno scenario di gravissima instabilità per il Paese: non è infatti assolutamente detto che si riesca a mettere insieme dopo il voto una maggioranza di ‘larghe intese’ Pd-Forza Italia (è lo scenario a cui punta Berlusconi). Queste due forze potrebbero non avere i numeri per governare neanche con il contorno delle forze centriste perché i partiti politici di radicale opposizione (Movimento 5 Stelle, Lega Nord, Fratelli d’Italia e sinistra radicale), ancorché non sommabili per esprimere un governo, potrebbero tuttavia conseguire la maggioranza dei seggi in una delle due Camere, con un rilevante potere di blocco.

Lo scenario che si aprirebbe mette i brividi. Non so se si è capito, ma, personalmente, ritengo che il ritorno al proporzionale sarebbe una iattura per il Paese. Eppure il rischio c’è. Ed è alto.

 

 

Massimo Parisi

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