Foibe, per una memoria condivisa

Foibe, per una memoria condivisa

Foibe, per una memoria condivisa

Se potessimo effettuare un sondaggio retroattivo sarebbe interessante indagare quanto è mutato nel corso degli anni il tasso di conoscenza degli italiani sui drammatici fatti accaduti sul confine orientale nei mesi immediatamente precedenti e successivi la fine della seconda guerra mondiale. Alcune semplici domande: Di fronte alla parola “foibe” cosa le viene in mente? E’ a conoscenza del fatto che a seguito dei Trattati di Parigi (10 febbraio 1947) l’Italia fu costretta a cedere alla Jugoslavia ampi territori – Fiume, Zara, gran parte dell’Istria e del Carso e l’alta Val d’Isonzo – storicamente legati all’Italia e che in ragione di ciò decine di migliaia di famiglie italiane preferirono lasciare la loro terra e le loro case pur di non ritrovarsi sotto un dominio straniero? Sa che gli italiani che rientrarono in Italia subirono trattamenti discriminatori in quanto equiparati a fascisti scappati dalla Jugoslavia di Tito?

Purtroppo non è possibile realizzarlo, ma ho ragione di credere che questa sia nettamente cresciuta negli anni. Fortunatamente. Del resto far peggio di niente è impossibile: perché per decenni la conoscenza delle foibe e dell'esodo dei giulianodalmati e istriani è stata pressoché nulla.  Niente nei manuali di storia, nessun saggio, nessun libro, nessun convegno o ricerca. Così sino agli anni novanta. Poi la cappa di silenzio assordante che è stata calata per decenni su questa drammatica pagina si è progressivamente dissolta, la storiografia ha finalmente cominciato a dedicarvi maggiore attenzione, le istituzioni politiche e culturali hanno aperto ad iniziative e convegni. E se il tabù è caduto lo si deve anche alla decisione del Governo Berlusconi di istituire il Giorno del Ricordo a «memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell'esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale». Era il 2004 e molto è stato fatto in direzione della verità. Eppure ancora oggi c’è chi coglie l’occasione di questa commemorazione per fare distinguo, per giustificare in qualche modo gli infoibamenti, gli attentati, le violenze sugli italiani, per negare il diritto alla memoria, in nome dell’antifascismo. La stessa logica che, nel febbraio del 1947, spinse i ferrovieri di Bologna a minacciare lo sciopero qualora il treno carico di uomini, donne e bambini provenienti da Istria e Dalmazia si fosse fermato nella stazione felsinea.

Oggi come allora c’è chi tende ad equiparare quei profughi ai fascisti, e se nel 1947 in molti, sventolando la bandiera rossa con falce e martello, contestarono il loro rientro in Italia, oggi si contesta la legittimità di una commemorazione che ha tutt’altra natura. Perché il Giorno del ricordo è l’opposto di quel che ancora qualcuno intende: non ha e non vuole avere logiche divisive, ma semplicemente rispondere a una domanda di verità storica su una pagina per troppo tempo taciuta. Un’occasione per riflettere sulle drammatiche vicende del confine orientale e costruire una memoria condivisa, un riconoscimento, peraltro tardivo, alle sofferenze patite da centinaia di migliaia di italiani che avevano una sola colpa: essere italiani.

Massimo Parisi

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